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Olmo Nicoletti, classe 5E 2011-12, con questo lavoro ha vinto il premio Rotary (dicembre 2011) sul tema: "Essere solidale con il prossimo mediante l'aiuto ai deboli, il soccorso ai bisognosi, la simpatia ai sofferenti".

 

occhioIn quel periodo stavo in un vecchio monolocale puzzolente, in periferia, in una di quelle palazzine anni '60 con finestre piccole e che somigliano tanto a prigioni, viste di lontano.

Quel martedì mi svegliai con un mal di testa tremendo, maledicendo la sveglia con tutta la forza che potevo avere dopo le solite poche ore di sonno su di un materasso che mi ricordava molto il dorso di un alligatore: duro e pieno di protuberanze.
Non ero molto attivo di prima mattina.
    Uscito sul pianerottolo sentii gemere la porta del piano di sotto, i vicini, una giovane coppia, si salutarono e lui prese a scendere le scale.
Mi bloccai.
Non avevo alcuna voglia di incontrarlo, di scambiare un “salve” di cortesia, inutile parola.
Non è che mi stesse antipatico, in effetti non ci avevo mai scambiato una parola, lo evitavo ogni giorno, come gli altri inquilini del palazzo, semplicemente  non avevo nessuna intenzione di essere gentile, non sapevo perché avrei dovuto.
    Come ogni mattina mi recai al lavoro, mi bastavano pochi passi e un paio di fermate di metro.
Quei pochi passi però mi disturbavano, infatti dovevo passare di fronte a un'edicola, gestita da un signore sui cinquanta dall'aria bonaria, che, come ogni mattina anche quel giorno mi lanciò uno squillante “buongiorno!”.
Inutile spreco di voce.


Ogni giorno facevo finta di non vederlo, non mi importava nulla di lui e del suo sorrisone, non ero mai nemmeno entrato nel suo negozio: odiavo stare in coda con gli altri, sentirli parlare del tempo, di politica e calcio, insomma i soliti discorsi fatti per fare conoscenza, per dimostrare che si ha un'opinione.
A me sono sempre bastati i miei, di pensieri.
Ragionavo a sufficienza nelle notti insonni, senza bisogno delle loro opinioni.
    Il lavoro in catena, come sempre, era snervante: i soliti tre movimenti ripetuti all'infinito, ma almeno lì potevo essere solo con i miei pensieri, nessuno intorno che volesse fare una stupida conversazione.
    A sera tornavo a casa e vedevo i colleghi uscire a gruppi, parlando di mogli, ragazze, di amici comuni e di cene, ma non mi andava di parlare, di esser considerato “amico” da persone con le quali avrei dovuto discorrere delle solite due cose.
Rincasando passavo sempre di fronte ad un bar, molti uomini erano seduti ai tavoli, cianciavano e ridevano, erano sempre mezzi ubriachi, si abbracciavano ebbri e giocavano a carte, maledicendo donne, governi e arbitri, sentivo i loro schiamazzi anche dopo averli superati da tempo.
Non mi sono mai fermato.
Non mi divertiva l'idea, se mi andava di bere compravo una bottiglia e poi la scolavo a casa, dove non mi sarei reso ridicolo e non avrei dovuto accompagnare a casa qualche balordo incapace di reggersi in piedi che mi avesse eletto suo amico per la serata.
    Sapevo bene che tanti di quelli che vedevo ogni giorno mi ritenevano malato, strano o forse solo scontroso e antipatico, ma poco mi interessava di quello che pensavano.
Non so bene perché mi comportassi così.
Sentivo spesso una profonda antipatia per chi mi stava intorno, e più si mostravano interessati peggio erano, ma ciò che mi dava maggior fastidio era che se mi fossi immerso in quell'ambiente ognuno si sarebbe aspettato qualcosa da me.
Per fare un banale esempio il mio vicino, se non mi fossi comportato così, avrebbe creduto che qualora gli fosse servito del sale si sarebbe potuto presentare alla mia porta ad ogni ora e io gliene avrei dato.
Se ogni mattina io avessi risposto al sorriso dell'edicolante, quello si sarebbe aspettato che sarei andato ogni giorno nel suo negozio a prendere qualcosa.
I vecchi al bar che offrivano da bere si aspettavano che quando il loro bicchiere sarebbe stato vuoto qualcuno avrebbe provveduto a farlo riempire, e che quando fosse arrivata l'ora nella loro camera d'ospedale ci sarebbero stati tutti, a vederli marcire e a riempirsi le narici del fetore della malattia.
No.
Non faceva proprio per me.
Avevo già troppo a cui pensare per mantenermi vivo, senza dovermi far carico dei bisogni e delle fragilità di chi mi stava intorno, io sono sempre bastato a me stesso, dunque non ho mai avuto intenzione di aiutare chi non faceva altrettanto.
Era già abbastanza difficile così.
    Quella sera mangiai poco e lentamente, dopo aver fatto le scale ben attento ad evitare gli inquilini che rincasavano dalle faccende della giornata.
Non mi sentivo molto bene: avevo un peso sul petto ed ero stanco e affannato, col respiro pesante, decisi di coricarmi un attimo ma non appena toccai il letto sentii una scossa e un dolore lancinante al petto.
Non potevo più muovermi.
Infarto, avrebbe sentenziato un medico con aria cupa, se un medico ci fosse stato.


Insomma, sono morto.


Poco dopo ho iniziato a ricordare il mio ultimo giorno, simile a tutti gli altri della mia vita.
Non sta a me sapere perché ancora penso e perché ancora vedo, ma questo è solo un racconto e in fondo non credo che sia importante, o se lo è ci rifletterà qualcuno più saggio di me.
Quel che resta è che ancora vedo.
Terribilmente vedo.

 

I miei occhi sono rimasti aperti nella morte e non posso chiudere le palpebre, posso solo guardare sopra di me quell'angolo del soffitto dipinto di verde anni fa e ora solo sporco di un colore slavato, non c'è null'altro.
Uno sporco pezzo di muro.

 

Se solo le mie palpebre fossero chiuse potrei riposare, ma sono incapace di muoverle e così devo fissare questo squallido soffitto, all'infinito.
La luce è accesa e le persiane chiuse, non cambia nulla fra il giorno e la notte, per questo non ho idea di quanto tempo sia passato dalla mia dipartita, forse giorni o anni o forse un istante, non saprei proprio dirlo, so solo che quel soffitto è ancora lì che mi guarda e io sono costretto a fissarlo a mia volta.
All'inizio ho sperato che i miei occhi seccandosi avrebbero perso la facoltà di vedere, ma ora ho capito che la mia unica speranza è chiuderli, ma so che non posso farlo.

 

Intanto quello squallido muro rimane tale a se stesso, assolutamente monotono e triste.

 

Ora mi assale il terrore di dover rimanere per l'eternità così, a fissare un'unica immagine e a rimuginare sulla mia insignificante vita.
No, devo trovare assolutamente una soluzione.
L'unica soluzione è che qualcuno venga, ma chi potrebbe venire? come ho già detto non ho mai contato su nessuno e nessuno ha contato su di me.
Non c'è nemmeno una persona che abbia un motivo per cercarmi, nessuno verrà a trovarmi e nemmeno il postino porterà una lettera di qualche amico lontano.
Inoltre immagino quanto devo essere orribile, cadavere già vecchio e puzzolente in un letto, io non mi avvicinerei mai a qualcosa di così schifoso per aiutarlo.
Anche se ora comprendo che per me vorrebbe dire la salvezza.
                                                                 
Il soffitto comunque non cambia, nemmeno un ragno passa per caso, c'è solo quello squallido colore sporco e triste.
Lo odio con tutto il cuore.
                                                                
La mia paura si è trasformata in disperazione, davvero questa sarà la mia eternità.
Io che non ho mai capito il bisogno e la fragilità altrui ora sono costretto al bisogno e nessuno ha alcun motivo per cercarmi. Se nella mia vita ci fosse stata gentilezza qualcuno si ricorderebbe del mio corpo e verrebbe al campanello, mi troverebbe e con mano gentile coprirebbe le mie pupille.

 

E ora non posso fare nulla, solo, ancora, fissare questo schifoso intonaco.

 

Ho sempre pensato che una vita isolata fosse molto più sensata, infatti se ognuno bastasse a se stesso la solidarietà e l'aiuto non avrebbero avuto motivo d'esistere, solo, pensavo, la gente è troppo occupata a pensare agli altri per curare se stessa e così avrà a sua volta bisogno di aiuto, alimentando così un circolo vizioso. Solo che ora so che questo circolo è in realtà la vita stessa dell'uomo e che sempre si ha bisogno gli uni degli altri.
Ne sono io stesso un esempio, che in vita non ho avuto bisogno, ne ho ora che sono morto.

 

Mi sono condannato a spaccarmi la testa su questi pochi centimetri di pittura sopra la mia testa, che ancora sono lì imperterriti e monotoni, senza alcuna intenzione di cambiare.
Se almeno passasse un insetto zampettando....nulla.

 

La mia unica speranza è che il mio fetore faccia indovinare ciò che è successo a qualcuno della casa, e infatti ora sento delle voci sul pianerottolo. Probabilmente il mio vicino ha sentito l'odore ed ora è sull'uscio con dei poliziotti, mi chiamano ma certo non posso rispondere!
Stanno contando: uno, due, tre! hanno sfondato la porta ed ora sono dentro.
Finalmente mi chiuderanno gli occhi!
Qualcuno si avvicina a me, lo sento fare dei commenti sul tempo che deve essere trascorso dal mio trapasso, poi si volta e se ne va.
Vorrei urlare, vorrei implorare che mi si chiudano le palpebre, che possa infine aver pace.

 

E invece posso solo fissare quel triste angolo.

 

Ora mi hanno messo su di una barella, finalmente il soffitto cambia, ma così potrò solo fissare per sempre la tavola di una bara! fuori di casa c'è una folla di curiosi, ma nessuno osa avvicinarsi, nessuno mi conosce, molti subito scappano con esclamazioni schifate.
Il viso di un anziano signore entra nella mia visuale, il dolore e la morte non lo spaventano.
Il vecchio fa un breve sorriso triste, ha uno sguardo dolce e buono, sospira piano: “pover'uomo!” poi poggia la sua mano calda sulla mia fronte e la fa scivolare fino alla radice del naso.
Le mie palpebre ora sono chiuse. Finalmente avrò pace.

 

Quella parete ora è un incubo lontano, ora è il buio, la calma, il dolce silenzio.

 

Grazie gentile signore! ora mi sento un po' come quel sognatore pietroburghese quando pensò di essere finalmente nella realtà, essere uscito dalle fantasticherie ed essere pronto ad iniziare a vivere poiché incontrò una persona. Finalmente ho compreso cosa voglia dire veramente la solidarietà e la gentilezza fra esseri umani.
Prendete tutto ciò come null'altro che una fiaba natalizia di dickensiana memoria.
Quel che ora so è che quando mi sveglierò da questo strano sogno avrò un'idea di cosa vuol dire soffrire e cosa sia l'aiuto e la gentilezza, e ci penserò quando vedrò qualcun altro fissare un pallido intonaco sporco e slavato in solitudine, pieno di tristezza.

  • Frassi Manuela

    Bravo Olmo, è toccante e fa riflettere. E che bella soddisfazione sapere che i nostri alunni sanno scrivere in questo modo.

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